Parole d’artista

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“Le due Frida”, Frida Khalo, 1939

Alauda vuole essenzialmente essere un luogo dove si fa ricerca. Per questa ragione non è sufficiente organizzare esposizioni o eventi ma bisogna intessere discorsi, proporre ricerche, leggere, condividere materiali.

Il prossimo incontro, organizzato per chiudere l’esposizione di opere di piccolo formato “Fammi girare l’anima”, sarà un incontro di condivisione di letture. Chiediamo, a chi vuole essere partecipe, di portare parole scritte da artisti, di qualsiasi disciplina.

L’arte, come la filosofia, ma in modo diverso, si interroga sulla vita e da essa prende nutrimento. Gli artisti non sono persone eteree, fuori dal mondo, anzi sono così maledettamente pregni di mondo da esserne sensibilmente coinvolti fino a non sopportarne il peso.

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Opera di Tina Modotti

Ma, il contraltare del comprendere le mute cose del mondo, anche le più dolorose, sta nel cogliere e comprendere anche l’indicibile bellezza di questa terra, questi cieli e queste acque, su cui e in cui viviamo. La preziosa citazione pasoliniana, la “straziante meravigliosa bellezza del creato”, nella sua epifania poetica e visionaria, è cosa che tutti, anche per un attimo possono sentire ma solo alcuni riesco a coltivarla.

L’atto artistico ha in sé anche un potere che appartiene all’ambito del rito. Attraverso il rito, sia esso collettivo sia esso individuale, si affrontano (non necessariamente “superandole”) paure, difficoltà, orrori. Allo stesso tempo il rito o l’atto artistico permettono anche di manifestare la gioia, la pienezza, il sogno, la lotta.

E qui mi vengono in aiuto due artiste legate al Messico una per nascita e vita, Frida Khalo, l’altra per attraversamento e lotta, Tina Modotti. Entrambe hanno lasciato, non solo splendide opere, ma anche scritti, attraverso i quali comprendere le difficoltà, le tecniche, mostri e sogni, di due figure di spicco della cultura internazionale. Gli scritti di Frida Khalo e i pensieri di Tina Modotti mostrano chiaramente le difficoltà e i dubbi di un artista rispetto alla propria arte e la propria tecnica e allo stesso tempo, rendono evidente quanta forza e tenacia sono condensate nelle opere delle due donne.

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“L’amoroso abbraccio dell’universo, la terra (Messico), io, Diego e il signor Xólot”, Frida Kahlo, 1949

Voglio riportare, da una lettera scritta a Ella e Bertram Wolfe, alcune parole di Khalo sull’ambiente da lei trovato a Parigi, un ambiente pressoché maschile che non possiamo considerare quando si tratta d’arte. Tenendo conto di come, ancora oggi, c’è un bisogno di revisione, aggiornamento e apertura della storia e della letteratura sull’arte verso la presenza delle artiste donne.

Così la lettera: “al mio arrivo mi sono incazzata perché la mostra non era pronta, i quadri mi aspettavano calmini e tranquilli alla dogana perché Breton non era nemmeno andato a prenderli, voi non avete la minima idea di che razza di vecchio scarafaggio sia, e come lui, quasi tutti quelli del gruppo dei surrealisti. (…) In sintesi, ci è voluto un mese e mezzo per stabilire con certezza il luogo, la data, ecc. della maledetta mostra. E tutto con l’accompagnamento di litigi, pettegolezzi, chiacchiere, rabbia e rottura della peggior specie. Alla fine Marcel Duchamp (l’unico tra i pittori e gli artisti di qui con i piedi per terra e il cervello al suo posto) è riuscito a organizzare con Breton la mostra.” La lettera continua e riprede la questione dei profughi messicani a Parigi: “se sapeste in che condizioni si trova questa povera gente che è riuscita a scappare dai campi di concentramento, vi spezzerebbe il cuore. (…) Questi bastardi di francesi si sono comportati da carogne con tutti i rifugiati (…) Sono disgustata da tutti questi marci europei e dalle loro maledette democrazie, non valgono neppure una cicca”.

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Opera di Tina Modotti

Ho scelto questo stralcio perché, oltre alle parole che possono sembrare dure rispetto all’ambiente dei surrealisti, mi sembra quanto mai attuale l’osservazione di Khalo rispetto alla “democrazia” e perché è importante capire l’ambiente nazionale o internazionale nel quale un artista si muove. Capirne percezioni e prospettive.

Per quanto riguarda Tina Modotti, c’è una lettera molto bella scritta a Edward Weston mentre Tina Modotti è a Berlino e che mette in evidenza dubbi e incertezze rispetto alla propria tecnica, nel momento in cui ci si confronta con l’altro: “Mi è stato offerto di fare dei ‘reportage’ e di lavorare per i giornali, ma non mi sento adatta per un lavoro del genere. Credo ancora che sia un lavoro da uomo anche se qui lo fanno molte donne; forse loro possono, ma io non sono abbastanza aggressiva. Anche il tipo di immagini di propaganda che avevo iniziato a fare in Messico qui viene già fatto; c’è un’associazione di “lavoratori fotografi” (qui tutti usano una macchina fotografica) e sono gli stessi lavoratori a fare quel tipo di foto, certo con occasioni migliori di quelle che potrei avere io, dato che è la loro stessa vita e i loro problemi che fotografano. Vero è che i loro risultati sono ben lontani dagli standard che mi sforzo di mantenere la fotografia, ma raggiungono ugualmente lo scopo. Sento che ci deve essere qualcosa pe me, ma non l’ho ancora trovato. Così trascorrono i giorni e io passo notti insonni chiedendomi e richiedendomi da che parte rifarmi e da dove cominciare. Ho iniziato a uscire con la macchina fotografica ma nada. (…) So che il materiale che si trova per strada per strada è ricco e stupendo, ma l’esperienza mi dice che il modo in cui mi sono abituata a lavorare, costruendo lentamente la mia composizione ecc., non è adatto a questo tipo di lavoro. Nel momento in cui arrivo alla composizione o all’espressione giusta, l’immagine se n’è andata.”

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“Radici”, Frida Khalo, 1943

Tante sono le domande che possono stimolare la lettura di queste poche parole. E, per quanto mi riguarda, tante sono le questioni sollevate rispetto alla presenza femminile in un contesto culturale, sociale e politico maschile. Domande e questioni che ci fanno interrogare sul presente: c’è un lavoro adatto ad un genere piuttosto che ad un altro? Chi decide e come si crea l’identificazione in un genere? Il settore artistico è dominato, ancora oggi, da una cultura e da una presenza maschile? Le donne che spazi hanno conquistato all’interno delle varie tecniche artistiche? Quando e come si arriva alla consapevolezza di aver raggiunto organicità e pienezza nella propria opera? Quanto influisce la tecnologia nell’arte? Che significa e cosa comporta considerare l’arte (dalla scrittura al teatro, dalla pittura alla musica) in relazione alla politica? Cosa è politica?

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Tina Modotti e Frida Khalo, 1929

Se c’è una piccola verità che ho imparato lungo il mio percorso, è che nessuna domanda è stupida. Anche quella apparentemente più ovvia o scontata indica la presenza di un movimento in chi pone la domanda e la possibilità di accendere movimento in chi cerca la risposta. Anche se quella risposta non raggiungerà mai una definitiva certezza.

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